La lama del coltello sfiora il mio collo.
È gelida.
Lui è dietro di me.
Mi ha proibito di voltarmi.
La lama si ferma sopra la giugulare.
Sembra ben affilata.
Sono seduta davanti allo schermo spento del mio computer. Tutti i miei
muscoli sono pietrificati, soprattutto quelli del collo. Se li muovo di un
millimetro, salta via qualcosa.
Per ora riesco a rimanere immobile, senza tremare. Sto usando un
trucco imparato da bambina: rinchiudo le emozioni in una cassaforte immaginaria.
Le rinchiudo per un po’. Non dura molto. Giusto il tempo di superare una
situazione critica. In questo caso, si tratta di una minaccia mortale.
Lui si avvicina.
Sento il suo fiato caldo sull’orecchio.
Terrore.
Disgusto.
La sua voce è bassa.
«Se farai ciò che voglio, non ti farò niente di male. Voglio che tu riesca a ricordarti di me. Senza fretta. Non ho problemi di tempo. Dovresti riconoscere la mia voce».
Non ha problemi di tempo, lui. Io invece ne ho. Se ne passa troppo, le
emozioni esplodono, fanno saltare i muri della mia cassaforte mentale. E io mi
ritrovo sgozzata. O peggio. Se invece riesco a ricordare non mi sgozzerà?
«Mi dispiace, proprio non riesco a ricordare la tua voce. Una luogo, un nome… Per favore. Sono terrorizzata. Non è facile per
me. Dimmi almeno da che parte devo cominciare. Dammi un indizio. Ti prego».
Quant'è ridicola la mia voce! Sembra che provenga da un pappagallo in ambasce. Infatti, lui ride.
La lama traballa contro la mia pelle.
So che devo parlargli il più possibile. Parlando gli sarà difficile
considerarmi una cosa. Di conseguenza, dovrebbe essergli più difficile
uccidermi. Dovrebbe.
«Sei sicura che la mia voce non ti ricordi niente».
Niente di niente. Sicurissima.
«Fai uno sforzo».
Mi sforzo, ma la mia immaginazione subisce un’attrazione fatale dalla
lama. Non so perché, ma sono sicura che si tratta di un coltello. Niente
forbici. Niente bisturi. Ha le dimensioni di un coltello. Da prosciutto?
Lui sbuffa.
«Devi ricordare un incontro amoroso».
Un incontro amoroso?
Che termine pomposo.
Che brutta rima.
Sto cominciando a vaneggiare. La mia cassaforte si sta sgretolando e
la mia immaginazione se ne và per conto suo. Adesso sta sorvolando velocemente
una distesa di stereotipi che fanno rizzare il pelo. Sangue e sesso, sesso e
budella, sangue e lame... Probabilmente domani troveranno il mio cadavere spezzettato
e le mie budella sparse sul pavimento, ovviamente in un lago di sangue...
Poi mi vedo sdraiata su un tavolo. Un’altra lama si avvicina alla mia
pelle. Il bisturi mi incide dal torace alla pancia. Un taglio a “Y”. Ormai non
esce più sangue. Sono morta. Defunta. Finita. Pronta per i vermi. Il medico
farà dei prelievi dai miei organi. Cuore, polmoni, fegato. Poi svuoterà
completamente l’addome, come se fossi un pollo…
Lui sospira.
Sembra annoiato.
La lama si stacca dal mio collo.
«Chiudi gli occhi e sdraiati sul tappeto».
Chiudi gli occhi?
Non vuole che lo guardi in faccia. Buon segno. Se avesse già deciso di tagliarmi a morte, non se ne preoccuperebbe.
Faccio fatica a sdraiarmi. Il mio tappeto di solito è comodo, ma in questo
momento sembra fatto di pietre.
«Rilassati, cerca di ricordare. E tieni gli occhi chiusi».
La lama brucia sulla fronte, sopra le sopracciglia.
«Farò come dici. Sei tu che hai il coltello dalla parte del manico,
quindi è nel mio interesse. Adesso cerco di concentrarmi. Farò del mio meglio
per ricordare».
« Brava, ti meriti un altro indizio ».
Comincia a canticchiare, senza parole.
Musica classica.
La riconosco! L’aria fa parte dell’opera di Mozart. Le nozze di
Figaro, se non sbaglio.
La lama trema. Come una farfalla di ghiaccio.
«Non più andrai farfallone amoroso…» sussurro.
Lui ripete a tutta voce, cantando:
«Non più andrai farfallone amoroso!».
Ora so che il mio aguzzino conosce Mozart e l’opera lirica. È ben
intonato, ha una bella voce. Quanti amanti della lirica ho incontrato nella mia
vita? Dove, come, e quando? E chi erano?
Setaccio la mia memoria da cima a fondo. Apro armadi e ripostigli,
frugo in fondo ai cassetti, butto all’aria tutto.
Ritrovo un mio vecchio zio, amante della musica classica e della
lirica: morto da anni, del tutto inadatto per qualsiasi tipo d’incontro
amoroso. A parte lo zio, non recupero nient’altro.
Niente di niente.
La lama si spazientisce e morde la pelle della fronte. Vicino alle
sopracciglia. Vicino agli occhi. Sento che il sangue cola.
Le mie parole escono fuori da sole, rapidissime:
«Non puoi darmi un altro indizio? Per favore».
Silenzio.
Silenzio.
Quanto può essere spaventoso il silenzio.
«Niente aiutino, vai avanti da sola ».
Avanti dove?
Il tempo rallenta, il cuore batte rumorosamente, il sangue sgocciola.
Non sento nessun dolore, ma le emozioni premono. Ho paura che esplodano. Come
fuochi d’artificio…
Fuochi d’artificio e petardi. La notte di un Capodanno d’altri tempi.
Sono passati già un paio di decenni da allora. Non ero ancora arrivata ai
diciannove.
>Un’età ingrata. Vissuta in una provincia fredda. Per fortuna me ne
sono andata via.
A quei tempi ero molto vulnerabile. In genere cerco di pensare a quel
periodo il meno possibile, ma adesso devo davvero ritornare a quegli anni
bastardi.
Quella sera c’era qualcuno appassionato di musica lirica. Una passione
insolita, diversa.
Tutto ciò che era diverso attirava disprezzo e rifiuto, che si
traducevano in sfottò senza pietà. O in scherzi crudeli. O nell’emarginazione
senza sconti.
Prendo il fiato e sparo.
«Ricordo qualcosa, ricordo un Capodanno di tanti anni fa. Ricordo
anche che c’era qualcuno con la passione per la musica lirica ».
Gran risata.
La lama si allontana dal collo, ma dopo pochi secondi torna a posarsi
sul mio orecchio destro.
«Brava. Vai avanti».
Un lampo e ricordo.
Sara era seduta in braccio a Piero. Ancora lei. Mia cugina, la bella.
Ricordo perfettamente la sua bella faccia da figlia di papà. Le sue piccole
labbra sempre aperte al sorriso. I suoi piccoli denti da squalo. I versi da
porcellina che faceva quando rideva di qualcuno.
Sara era molto brava a sfottere. Adorava “smerdare”. I suoi scherzi poi
erano famosi. In quel momento, seduta in braccio a Piero, ne stava appunto
realizzando uno. Crudele. Uno dei tanti.
Faceva finta di essere interessata a Piero. Seduta tra le braccia di
lui, sembrava cotta a puntino. Ma di certo non lo era.
Lei innamorata di Piero? Impossibile.
Lui non poteva piacerle. Uno brutto e vestito male. Uno che studiava
troppo, e per di più frequentava il conservatorio. Un introverso. Figlio venuto
male di ragazza madre. Uno che cercava con tutte le sue forze di farsi
accettare, senza riuscirci. E senza capire che non poteva riuscirci. E, come se
non bastasse, era in soprappeso. Una creatura ridicola.
Sara l’aveva fatto cantare. E poi…
Ho trovato! Ho capito chi è! Lui crede che io sia Sara!
«Ti prego, Piero. Lascia stare il mio orecchio. Io non sono Sara. Io
non sono quella che si era seduta su di te. Io sono quella che voleva
aiutarti».
La mano trema violentemente.La lama taglia il mio orecchio destro. Soltanto di qualche millimetro.
Sufficiente a far colare un fiotto di sangue caldo. Le emozioni sfondano la
porta della cantina, mi assalgono tutte insieme. La vista si annebbia. Perdo i
sensi.
>Sento il rumore di una cascata. Probabilmente è il mio sangue che
riprende a rifluire normalmente. Torna la luce, insieme alla memoria, al tempo,
allo spazio, al terrore.
L’orecchio destro è dolente. Sopra c’è del ghiaccio.
Lui, Piero, è davanti a me, con vent’anni di più.
Vent’anni che l’hanno migliorato. Nell’aspetto.
«Mi dispiace, non volevo tagliarti. Non l’ho fatto apposta. Quando
ripenso a Sara non riesco a controllarmi».
Voce tranquilla.
Speranza e conforto.
Il peggio è passato.
Sento che almeno per oggi non finirò a fette.
Eccola.
La lama.
Appoggiata sul pavimento. Scintilla alla luce del lampadario. Come
immaginavo, è ben affilata.
Le mie corde vocali si mettono in moto:
«Mi avevi confuso con Sara? Come mai? Tra noi c’è soltanto una vaga
somiglianza fisica…»
Lui fa una smorfia rilassata. Come se stesse prendendo l’aperitivo con
una vecchia amica.
«Lo so benissimo che non sei Sara. Sei sua cugina. Sono psicopatico,
non scemo».
>Accidenti alla mia linguaccia! Meglio tenerla a freno, prima che
finisca mozzata. Guardo la lama che risplende sul cotto lucidato. Lui segue il
mio sguardo. Non la riprende in mano. Ancora sollievo.
«Vuoi sapere perché tutta questa scena terrificante col coltello?».
A dire la verità, preferirei sapere se domani sarò ancora viva. Meglio
mentire.
Faccio cenno di sì con la testa.
«Volevo essere sicuro che ti ricordassi dello scherzo di Sara. Ora so
che lo ricordi, e quindi so anche che mi capisci fino in fondo e che mi
aiuterai volentieri. Per favore, vuoi raccontarmi tutto ciò che ricordi di
quella notte? ».
Per favore? Sì, è psicopatico e sì, gli faccio il favore.
«Sara aveva voglia di combinare uno scherzo “alla grande”, come diceva
lei. Uno scherzo che lasciasse il segno. Per far festa. E tu eri il soggetto
adatto. Lei ti aveva incantato. Rincoglionito. Era brava a prendere per il
culo. Si era seduta sulle tue ginocchia. Faceva la gattina innamorata. Ti aveva
convinto a cantare…»
Improvvisamente, i lineamenti del viso di Piero si accartocciano. Come
una cartaccia che non serve più. Poi si ricompongono in un battito di
ciglia. Decido che è meglio andare avanti.
«Avevo capito subito le intenzioni di Sara, così ho tentato di allontanarti
con una scusa. Tu non ci sei cascato. Purtroppo».
Piero afferra il coltello. Segue il filo della lama con un dito. Si
taglia il polpastrello dell’indice sinistro. Un taglio superficiale, ma lungo.
Mi fa cenno di andare avanti.
Obbedisco.
«La trappola è scattata quando hai intonato il farfallone
amoroso. Qualcuno…»
Non riesco a terminare.
In due lo avevano afferrato. Un altro gli aveva infilato bruscamente
una grossa mela in bocca. Qualcun altro si era messo a cantare:
«Non più andrai maialone lardoso…»
C’erano state grandi risate. Lui era scappato via.
«Quello scherzo è stato la peggiore umiliazione di quel periodoDopo
quell’episodio sono cambiato. Mi sono ammalato. Non ne sono mai venuto fuori.
Sono rimasto prigioniero della mia adolescenza».
Appoggia di nuovo il coltello a terra. La lama ora è leggermente
macchiata di rosso. Il ricordo di quel momento ha fatto diminuire il mio
terrore.
Sento di nuovo la mia voce. Da dove viene? Dalla mia gola?
« Sara diceva sempre che per far ridere, lo scherzo deve essere
cattivo. E, naturalmente, ridere è indispensabile».
Lui annuisce.
«Per Sara sarebbe stata una gran fortuna nascere all’epoca dei primi
cristiani, dalle parti di Roma. Al Colosseo organizzavano degli spettacoli con
leoni e gladiatori che le sarebbero piaciuti moltissimo. La gente moriva e il
pubblico si sganasciava dalle risate ».
Lui impugna di nuovo il coltello. Disegna curve nell’aria, lo sguardo
perso nel futuro.
Deglutisco.
«Non è necessario essere crudeli per far ridere…»
Mi guarda male. Non ha gradito l’osservazione.
Taccio e mi mordo la lingua. Maledetta.
«Ti ho già detto che sono psicopatico, non stupido. Non costringermi
più a ripetermi, per favore. Lo so benissimo che non è necessario essere
crudeli. È Sara che non lo sa».
Piero si siede davanti a me. Mi fissa. Imbarazzante, ma sempre meglio
che avere una lama puntata alla gola.
«Sai, penso che Sara non sia in grado di vivere senza crudeltà.
Allora le farò capire che cosa significa subirla ».
«Vuoi ucciderla?».
Lui sorride, accarezzando la lama.
«No, i morti non provano dolore. Vedi? Io non sento niente».
Si taglia di nuovo, più a fondo, lentamente. Esce altro sangue. Nessun dolore sul
suo viso. Continua a sorridere.
«Tu mi aiuterai. Mi dirai dove posso trovare Sara. L’ho cercata a
lungo, ma non l’ho trovata. Io me ne andrò subito. So che non avvertirai
nessuno. Ti assicuro che non mi rivedrai mai più».
No la vedo da qualche anno, ma so dove si trova mia cugina Sara. Anche
lei se n’era andata dalla piccola città. Aveva fatto lo scherzo sbagliato alla
persona sbagliata, ed era stata costretta a traslocare.
«Che cosa vuoi farle allora?».
La mia voce è tornata del tutto normale. Ho capito di non aver nulla da temere.
«Voglio farle qualcosa che la collocherà per sempre dalla parte della
sofferenza».
Lui canticchia un altro pezzo di Mozart, una delle sinfonie più
famose. Si è tranquillizzato completamente.
«Mozart è morto giovane, torturato dai debiti e dalla solitudine. Io
sono morto da ragazzo, anche se cammino ancora. Sono torturato dal vuoto e dai
brutti ricordi. Quando avrò finito con lei, Sara non potrà più camminare, non
potrà più parlare, non potrà più far scherzi a nessuno».
Sa anche che non lo tradirò. È psicopatico, mica stupido. Mi alzo, con
molta fatica.br>
«Vuoi una mano?».
«No, grazie. Preferisco cavarmela da sola».
Mi porge le stampelle.
Dopo l’incidente, faccio molta fatica a muovermi, ma almeno in casa me
la cavo.
Sara era in auto mentre aprivo la porta del garage. C’era una discesa
dietro di me. Lei, dopo, disse aver confuso l’acceleratore col freno. Non ho
potuto dimostrare la sua colpevolezza. Ho potuto, però, renderle la vita
impossibile. Mi facevo trovare ovunque, con le mie stampelle. La insultavo. Le
organizzavo scherzi più feroci dei suoi. Lei infine se n’era andata. Pensava di
aver raggiunto un posto sicuro. Si sbagliava. Ho scoperto da poco il suo
nascondiglio.
La tensione si scioglie del tutto.
Sorrido.
«Bene, finalmente ci siamo capiti. Che ne dici di un aperitivo?
Sgranocchiamo qualche patatina, e intanto ti spiego dove si è nascosta Sara».
La lama sparisce in una valigetta. Piero canta sottovoce.
« Volentieri. Non troppo alcolico per me, grazie. Devo guidare ».
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